Società, costume, cultura "Il colore soprattutto, forse ancor più del disegno, è una liberazione." Matisse segnalato su http://www.ilbellodelweb.it Technorati Profile LiberalCafè Blu_di_Prussia | Mouscardin | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

Il blog di Mouscardin
CULTURA
8 marzo 2021
Ricordo di Gianni Marongiu

Marongiu e quel fascismo un po' liberale

Gianni Marongiu, recentemente scomparso, è stato uno dei grandi e dei pochi docenti di diritto tributario di formazione liberale.


Gianni Marongiu, recentemente scomparso, è stato uno dei grandi e dei pochi docenti di diritto tributario di formazione liberale.

Sua figlia, Paola, ha avuto la cortesia di inviarmi due favolosi libri di storia delle finanze. Uno in particolare mi ha colpito: Il fisco e il fascismo (Giappichelli, 2020). Marongiu, come tutti i liberali doc, ha avuto una decisa allergia per il regime, la fascistizzazione dello Stato, le sue violenze, la guerra e Mussolini. Ma la sua analisi del periodo che qualcuno definisce del «consenso» è straordinaria. Il taglio è quello fiscale e coincide con il ministero di Alberto De Stefani. Il primo Mussolini, quello del 1919, quello sansepolcrista, è una via di mezzo tra il rivoluzionario e il socialista e il non ancora Duce che propone «l'espropriazione fiscale». Tutto cambia in un paio di anni: «ci opporremo con tutte le nostre forze ai tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione - dice Mussolini il 21 giugno del 1921 alla Camera - . Lo stato ci dia la polizia che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia ben organizzata, un esercito pronto tutto il resto, e non escludo neppure la scuola secondaria, deve rientrare nell'attività privata dell'individuo». Si tratta, dirà un gran liberale come Maffeo Pantaleoni, del discorso più manchesteriano (oggi si direbbe liberista) «mai fatto nel parlamento italiano». A Napoli nel 1922 Mussolini va oltre e parla di uno stato che «deve rinunciare a qualsiasi gestione di attività economica e restituire ai privati l'esercizio di quelle funzioni che aveva con il tempo usurpato».

Il ministro De Stefani, fascista poi critico, lo seguì su questa linea. Per prima cosa «disboscò la legislazione fiscale bellica» fatta di numerose tasse e regole di emergenza. «Con riguardo alla riforma dell'ordinamento tributario - scrive Marongiu - non perseguì obiettivi redistributivi aumentò la pressione fiscale sulle classi agrarie con un alleggerimento su quello industriale». Istituì un'imposta personale, ma solo moderatamente progressiva, abolì l'imposta di successione. In pochi anni, tra il 1922 e il 1925 «la situazione della finanza pubblica migliorò, la scomparsa delle entrate transitorie di guerra fu compensata dalle entrate permanenti del tempo di pace, ma soprattutto diminuì la spesa pubblica che passò dal 35 al 13 per cento del reddito nazionale. E ritroviamo la più rapida ritirata dello stato dalla vita economica nazionale verificatesi nella storia d'Italia».


Il Giornale.it, 7 marzo 2021

Meno imposte, meglio distribuite, meno stato nell'economia, pareggio di bilancio e riduzione del debito pubblico che passò dal 148% del Pil del 1920 al 61% del 1927. Il sistema fiscale, in particolare quello locale, risultava ingarbugliato, e ci furono interventi e sussidi ad hoc, ma insomma parliamo di un miracolo. Che presto finisce. Passa l'era liberale, la gestione De Stefani, arriva il partito della Confindustria e dal manchesterismo intriso di libero scambio e mercato dei primi anni si passò al protezionismo, alla difesa della lira con i dazi. E questa è la storia economica in discesa, verso gli inferi, che ci racconta la seconda parte del libro di Marongiu

SOCIETA'
7 marzo 2021
La Sardegna e i baroni del biopotere

PROCURADE MODERARE, BARONES, SA TIRANNIA!

di

Roberto Pecchioli

http://www.accademianuovaitalia.it/images/gif/libri/0-FOGLIA-NEL-LIBRO-122.gif

E’ di tutta evidenza che l’emergenza del Coronavirus (accidente della storia o astuzia criminale del potere ? ) sta facilitando l’estensione di quello che Michel Foucault chiamò biopotere, ovvero il dominio attraverso il controllo dei corpi- diventati docili per la paura – e della vita, una forma di tirannia non imposta con la violenza diretta , ma con strumenti “tecnici” sofisticati che permettono di conseguire il controllo su milioni di esistenze , sugli spazi che abitano, le relazioni personali , i comportamenti e gli affetti, sui pensieri e desideri più segreti . Foucault lo chiamò dispositivo e, sulle piste dell’utilitarismo inglese del secolo XIX, intuì la natura “panottica”, poliziesca, tirannica e concentrazionaria assunta dal potere. L’errore fu attribuirla esclusivamente al capitalismo. Erano gli anni Settanta del XX secolo e l’ubriacatura marxista non risparmiò quasi nessuno.

Resta il valore delle sue scoperte, la cui importanza è amplificata, nel tratto di secolo XXI che stiamo attraversando, dall’enorme accelerazione impressa da scoperte scientifiche – privatizzate come il resto del mondo – poste al servizio di tecnologie di sorveglianza massiccia che tracciano i nostri movimenti, manipolano, precedono e addirittura determinano le nostre decisioni.

Sono tecnologie a cui ci sottomettiamo di buon grado mentre armeggiamo con i nostri apparati informatici e con il telefono mobile, convinti che il potere le utilizzi a nostro favore, per garantire la nostra sicurezza e proteggere la nostra salute. La tirannia per via tecnologica succede alla dittatura finanziaria e lavora in sinergia con la dittatura sanitaria e tecnocratica di oligarchie che stanno utilizzando la lunga emergenza da Coronavirus per formattare l’uomo di ieri e creare il nuovo umanoide asservito, un uomo senza qualità deprivato del pensiero, derubato delle libertà, un pezzo di carne potenzialmente infetta a cui è stata amputata la dimensione spirituale. Nuda vita con l’unica preoccupazione di durare per l’attimo seguente, macchina desiderante con istinto di conservazione biologica.

Nel passato, carestie, guerre ed epidemie rendevano più acute le inquietudini spirituali; l’onnipresenza della morte faceva affiorare le domande di senso che la prosperità, il godimento di beni materiali e la quotidianità tendono a nascondere. L’emergenza presente è caratterizzata drammaticamente da un’assenza di preoccupazioni spirituali, neppure scalfita da situazioni estreme, come l’abbandono degli anziani nelle strutture sanitarie, morti in solitudine senza la presenza dei loro cari e in mancanza di quelli che una volta si chiamavano conforti religiosi. Nessun accenno al senso della vita nelle discussioni intellettuali, negli interminabili, inconcludenti dibattiti che punteggiano questi mesi, in cui il biopotere si intreccia come non mai con la società dello spettacolo (Guy Debord).

Tirannide e declino della spiritualità sono fenomeni collegati. Lo capì già nell’Ottocento Juan Donoso Cortés, aspro critico della modernità nascente, che mise in relazione nel Discorso sulla dittatura il declino della religiosità con l'aumento della tirannide. La religione fornisce agli uomini una direzione interiore, un autocontrollo che guida la vita morale; via via che il senso morale discende – potremmo definirlo il Super Io della psicanalisi- aumenta inevitabilmente la repressione esterna, politica, che la post modernità nasconde nel velo animale dello scatenamento degli istinti (l’Es). Donoso, atterrito da una società in cui il termometro religioso continuava a scendere, previde la nascita di un tiranno universale, immenso ed ubiquo nei confronti del quale non vi è più possibilità di resistenza fisica o morale, perché lo spirito è disperso.

Contro questa nuova forma di tirannide, non riteneva vi fosse altro antidoto che una “reazione religiosa”. Il pensiero inquietante che ci affida è il seguente: “È possibile questa reazione? Possibile, lo è; ma è probabile? Signori, parlo con la più profonda tristezza: non lo credo probabile. Ho visto e conosciuto molti individui che hanno lasciato la fede e vi si sono tornati. Purtroppo, non ho mai visto tornare alla fede i popoli che l’hanno perduta.” Ciò che accade sotto i nostri occhi, sullo sfondo del contagio, non fa che confermare le previsioni funeste del pensatore spagnolo. I nuovi tiranni hanno fatto strame delle nostre vite.

Questa riflessione è propedeutica al titolo del presente intervento: procurate moderare, barones, sa tirannia. Fu l’inno maestoso della rivoluzione antifeudale e antisabauda della Sardegna di fine Settecento, una sorta di Marsigliese isolana, scritta dal patriota sardo Francesco Ignazio Mannu. La prima strofa esprime tutta la forza della rabbia popolare contro la mancanza di libertà, soffocata dai feudatari. “Cercate di frenare, baroni, la tirannia, Se no, per la vita mia, rovinerete a terra! Dichiarata è la guerra contro la prepotenza, e comincia la pazienza nel popolo a mancare!” Tempi bui, rischiarati dall’esistenza di un popolo reattivo, in grado di individuare e mettere nel mirino i suoi nemici. Che bello sarebbe che l’accelerazione tirannica del maledetto 2020 producesse almeno una presa di coscienza comunitaria, un sussulto spirituale, un’ansia di riscatto morale e un desiderio di libertà diverso dai finti “diritti” della finta “società aperta”. Che successo se davvero la pazienza cominciasse nel popolo a mancare!

Non è così; la stretta dei sovrani, dei feudatari e dei baroni è sempre più forte e nessuno intima di moderare la tirannia. La pazienza – diventata esaustione, svuotamento di massa- sembra infinita e c’è da dubitare anche dell’esistenza di un popolo, ridotto a gregge disciplinato dal terrore. Il dispositivo del potere, fattosi biopotere, regna indiscusso. Il fuoco forse cova sotto la cenere, ma il rapporto tra masse e potere è più sbilanciato che mai, anche per la mancanza di coraggio, morale e anche fisico, lo svalutato ardimento. Scrisse Georges Bernanos che chi ha perduto l’anima, pensa solo alla pelle. Quella pelle su cui scrisse pagine memorabili Malaparte e che uno dei cattivi maestri della contemporaneità, Sigmund Freud, comprese essere l’unico obiettivo dell’uomo moderno, il quale, “in cambio di un po’ di sicurezza, ha rinunciato alla possibilità di essere felice”. Felice perché libero, aggiungiamo.

Una giovane studiosa di bioetica, Giulia Bovassi, definiva la nostra come l’era degli “assopiti dinamici”. Il sopore si è rovesciato in narcosi e il dinamismo moderno è sconfitto dal distanziamento “sociale”, dalla deriva anaffettiva ed egoista di una plebe informe di atomi agitati esclusivamente in difesa di un surplus di sopravvivenza, i tempi supplementari di chi non osa vivere per non morire.

E’ in corso una partita esistenziale, un esperimento antropologico la cui posta in gioco siamo noi, il dominio sull’esistenza morale, spirituale e biologica di ciascuno di noi: io, tu, tutti gli altri. Sorprende la vittoria postuma delle proibizioni, dopo mezzo secolo di “vietato vietare” e di odio sparso a piene mani contro l’autorità: il Sessantotto, rivoluzione contro i padri, non contro i padroni. Non solo si estendono i divieti che speriamo contingenti, legati all’improvvida (o forse callida, astutissima) gestione del virus da parte del potere, ma tutti quelli di un nuovo diritto penale repressivo che colpisce le idee e persino i sentimenti, inibisce i giudizi di valore e impone un‘ uguaglianza per equivalenza che ci rende simili ai granelli di sabbia nel deserto.

La tirannia agisce nella neolingua e nella correttezza politica che impone di non chiamare le cose con il loro nome e di non credere ai propri occhi, nell’odio feroce contro la natura dell’Homo deus, aspirante creatore di se stesso. Brucia sulla pelle di popoli la cui sapienza e cultura è negata, derisa in nome della dittatura degli esperti, i sapienti, i detentori della “scienza”, una superstizione o un totem intangibile più che una fiammeggiante religione materiale. Nel paesaggio cosparso di ceneri, la decadenza del linguaggio non è una malattia quanto un sintomo, come intuì Ernest Juenger. Fa ristagnare l’acqua della vita. La parola ha ancora significato, ma non senso, sempre più sostituita da cifre. Corpi e anime restano docili, domati. Il biopotere è un grande, perseverante domatore.

Siamo domati perché abbiamo offerto corpo e anima a Mefistofele in cambio di nulla. Corpi docili in quanto sono docili le anime e perché infecondi, vecchi, avvizziti. Il biopotere ha estenuato tre generazioni educate allo sballo, avviate a molteplici dipendenze, alla discussione interminabile, alla mediazione, alla debolezza, soprattutto all’irresponsabilità. Ha diffuso l’idea della vita come fuga, sequenza di attimi punteggiati da emozioni, piaceri volgari, vacanze. Vacanza significa assenza, mancanza. Davvero, tutto manca, specie la spina dorsale. Non abbiamo dubbi che la reazione, la “resilienza” davanti all’epidemia sarebbe stata ben più forte, nell’Italia non ancora disossata di trenta- quarant’anni fa.

Il Leviatano di Thomas Hobbes – a suo modo biopotere- si presentava come protettore della vita e garante della libertà dinanzi alla violenza bruta. La definizione hobbesiana della libertà, per quanto grezza e materialista, dovrebbe far sussultare le anime belle degli uomini domati: assenza di ostacoli al movimento. Del resto, auctoritas, non veritas facit legem. In un libello polemico della seconda metà del secolo XIX, Maurice Joly, avvocato francese acerrimo nemico di Napoleone III e del suo impero, frutto di quello che oggi chiameremmo “golpe bianco”, immagina un dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu sui diritti e la libertà. La conclusione messa in bocca al segretario fiorentino è che i popoli tornano alla barbarie per la via della civilizzazione.

Il biopotere fabbrica un universo concentrazionario in cui esso è l’unico detentore del diritto di vita e di morte. Lo verifichiamo nella gelida dittatura sanitaria in cui sono gli “esperti” a scegliere chi curare e chi abbandonare al suo destino. Altri periti, magliari della psicologia di massa, nel frattempo convincono ad abbandonare non solo il possesso del corpo, ma addirittura a rinunciare alla vita. L’argomento forte della propaganda mortuaria – questo è l’eutanasia, branca di un’eugenetica spaventosa anche perché non dichiarata - è che morire sarebbe “nel nostro interesse “, la migliore decisione di fronte a una scarsa “qualità della vita”, i cui parametri sono decisi dal biopotere. Non servo più, divento un peso per lorsignori, non sono più “necessario allo sforzo produttivo”, come ha scritto pochi giorni fa il governatore ligure Giovanni Toti. Crepa, corpo senza qualità.

Governo dei corpi, dunque, decisione sul loro spostamento. Non è forse biopotere imporre da un momento all’altro il telelavoro e la didattica a distanza? Non abbiamo più il diritto – virus a parte – di interagire con altri esseri umani, collaborare, litigare, scambiare idee. Il mediatore, anzi l’interlocutore, sarà sempre più uno schermo governato da remoto; la relazione con la realtà diventa la lontananza. E’ l’ossimoro del distanziamento “sociale”, giacché ogni distanziamento è per natura asociale. Biopotere, intrusione nella vita fisica e morale è la chiusura individualistica, solipsista imposta a generazioni “agite”, comandate a distanza da un pulsante on/off, private della cultura, che è libertà di sapere, conoscere, giudicare, pensare liberamente, cioè diversamente.

Il biopotere ama lo stato d’eccezione, aspira a renderlo permanente, e taglia il nodo gordiano dell’etica e della bioetica affermando che conta esclusivamente la sopravvivenza biologica individuale, almeno fintantoché ha “qualità”, ovvero serve al consumo. In caso contrario, pollice verso, come nel circo romano, tanto meglio se la disperazione di vivere ci indurrà a recidere volontariamente il filo della vita. Si tratta di un biopotere che porta al massimo grado l’antico “divide et impera”, riuscendo a penetrare non solo nelle relazioni, ma in interiore homine. Sono riusciti a scindere l’individuo da se stesso: un “dividuo” schizofrenico, sospettoso, egoista, nemico del suo simile e insieme macchina desiderante, un inseguitore di piaceri ed emozioni in mancanza delle quali crolla la “qualità della vita” e appare più accettabile, desiderabile l’annullamento di sé, il nichilismo gaio di massa che non si pone più domande perché qualcuno ha cancellato le parole e i significati, non solo i principi.

Per vivere meglio e di più, per non essere esclusi dal circo del consumo, ci stanno persuadendo a farci marchiare, come le mandrie. Questo è il senso dei chip sottocutanei e dei vaccini che apriranno le porte della felicità e della vita. In quanto alla morte, non esiste più come tale: ci sono solo “cause di morte”, che la scienza scopre, comprende e sconfigge, conducendoci verso la “trans-umanità”, il regno apparente dell’uomo che trascende se stesso e si ibrida con la macchina. In realtà, è la schiavitù perfetta, poiché la Macchina, l’Apparato, non è più un dispositivo, per quanto gigantesco, come per Foucault, ma la proprietà privata di chi la controlla e attraverso di essa esercita una tirannia il cui potere di vita di morte sgomenta per impersonalità. Viene in mente il concetto di banalità del male introdotto da Hannah Arendt. La Megamacchina, una volta attivata, agisce da sé, diventa procedura, amministrazione. Io, Tu, Noi, sono solo pronomi privi di riferimento alle persona vive, reali, alle anime.

In questa dimensione scabra, meccanica, trionfa il biopotere, il Leviatano nel cui tempo può sopravvivere solo il più forte. Oltre le oligarchie padrone del potere e perfino del mio e del tuo corpo, là fuori è una giungla popolata di lupi, squali e sciacalli. Ed è biopotere anche il Ministero della Verità, non più invenzione letteraria di George Orwell, ma dispositivo di censura preventiva, di nascondimento, controllo sociale, lavaggio del cervello. Che cosa significa quest’ espressione diventata proverbiale, se non che qualcuno, dall’esterno, “lava”, cancella ciò che io sono e ridisegna la mia vita, i miei principi, gesti, parole, secondo la sua volontà, sostituendosi a me?

Si sono impadroniti del “disco rigido” interiore di ciascuno, lo hanno resettato e sostituito con software decisi da loro, innestati nel corpo e nell’anima. Se questa non è tirannia, non sapremmo descriverla diversamente. Confinati nella caverna di Platone (il primo lockdown…), dimentichiamo la dimensione dell’autonomia e la categoria della libertà, tanto in senso alto, metafisico, quanto nella concretezza quotidiana (mi sposto, vivo, agisco, faccio scelte). Domato e rinchiuso il corpo docile, siamo schiavi di chi ci ha estirpato il pensiero critico, sottratto la cultura, derubato del libero arbitrio. Sono una rete, ma hanno anche sigle, nomi e cognomi. Chiamiamoli convenzionalmente i baroni. Non chiediamo molto, come non pretendevano granché i rivoltosi dell’inno sardo: solo di moderare la tirannia. Se davvero cominciasse la pazienza nei popoli a mancare, soffierà il vento.

Il canto dei patrioti sardi si conclude con un vigoroso grido d'incitamento alla rivolta, suggellato da un detto popolare di lapidaria efficacia: “Cando si tenet su bentu, est prezisu bentulare “, quando si leva il vento, è il momento di trebbiare.

16 Novembre 2020, Nuova Italia

CULTURA
7 marzo 2021
L'Appartenenza

ELOGIO DELL’APPARTENENZA


Identità, comunità e amor di Patria al tempo del mondialismo apolide

http://www.accademianuovaitalia.it/images/0-libro_pechioli_2.jpg

Il futuro appartiene a chi possiede una storia e riesce a raccontarla. Ma una storia, per essere tale, non è mai un parto individuale: è sempre la narrazione di un “Noi” che incarna un’origine, un percorso e un destino. La nostra Italia, nonostante tutto, ha ancora una storia da raccontare: sono i mille tasselli di una Civiltà profonda, che affonda le radici nel genio dei nostri antenati e nell’orizzonte dei nostri figli. Questo patrimonio perenne – di fatto – rappresenta la nostra Tradizione, colonna portante di quella comunità organica che popola la nostra Patria.

La post-modernità – liquida e apolide – ha scelto di annegare le differenze nel calderone multiculturale dell’uniforme, rimodellando il pianeta sullo schema omologante della cosmopoli globale: dal livellamento dei popoli alla distruzione del sacro; dal superamento dei confini alle migrazioni di massa; dalla sovversione degli equilibri sociali al capitalismo della sorveglianza; dalla mistica dei diritti soggettivi alla religione del progresso; dalla demolizione degli Stati sovrani alla tirannia degli apparati burocratici; dallo strapotere delle élite finanziarie all’egemonia dei colossi digitali. Il rullo compressore del mondialismo – votato all’affermazione di una “società aperta” senza volto – sta travolgendo ogni espressione specifica in nome di una globalizzazione che è delle merci e del linguaggio, ma anche dei corpi e delle anime.

La nostra Italia è in via di estinzione: afflitta dalla denatalità, invasa da esodi biblici, umiliata dai meccanismi sovranazionali, smembrata da svendite e privatizzazioni, ferita da mafie e corruzione, comprata all’asta da predoni e speculatori stranieri; un Paese stanco e sottomesso, che esporta cervelli ed importa guai, nella totale indifferenza di una classe politica dalle inclinazioni esterofile ed anti-nazionali.

Sull’orlo del baratro, allora, occorre reagire: è necessario riaffermare la vitale armonia delle nostre radici e della nostra identità, dei nostri retaggi e dei nostri princìpi, dei nostri riti e dei nostri miti. Occorre un sincero elogio dell’appartenenza, che riaccenda l’idem sentire di un popolo che ha bisogno di tornare sovrano, ritessendo la trama del proprio spirito nazionale. Perché una Patria, anzitutto, resta integra quando si salvano i suoi valori e la sua capacità di trasmetterli.

Questo saggio, scritto sotto forma di “Lettera ad un ragazzo della classe 2020”, è un affascinante viaggio attorno ai concetti di appartenenza e di comunità, attraverso le mille tracce di una cultura libera e dissidente. “Amo il mio Paese perché è mio”, si diceva un tempo: ciò che abito, condivido e riconosco – dunque – rappresenta il mio orizzonte di senso. Queste pagine, coraggiose e controcorrente, porgono al lettore il testimone di un’esortazione vitale: “Diventa ciò che sei”.

images/gif/stati-persone/0-fissi-piccoli-bandiere/GOLDEN3.gif

Nuova Accademia Italia.it


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Appartenenza mondialismo comunità

permalink | inviato da Mouscardin il 7/3/2021 alle 12:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
6 marzo 2021
Dimenticare il dolore

          Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite?

Non voglio la morte, non voglio il dolore, non voglio la sofferenza, non voglio il patire quotidiano che affatica il cuore, sfibra i muscoli e obnubila la mente. Voglio la felicità, voglio il benessere, voglio il sorriso perenne di una vita piena. Del resto, è stato Nietzsche a scrivere: “Dice il dolore: perisci! Ma ogni piacere vuole eternità, vuole profonda, profonda eternità!”.

In tutti i “non voglio” e “voglio” risiede il nucleo centrale dell’ultimo libro di Byung-Chul Han, “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, edito da Einaudi. Libro utile poiché, attraverso la lettura del dolore fatta da filosofi e pensatori di prima grandezza come Hegel, Jünger, Adorno, Heidegger, Benjamin, von Weizsäcker, Kafka e lo stesso Nietzsche, se ne ricava l’ineluttabilità e la forza, anche catartica, quella ineluttabilità e quella forza che fanno scappare l’essere umano, troppo umano.

Però, con la pandemia da Covid, tragedia epocale, ciò che abbiamo scacciato dalla finestra secondaria è rientrato dalla porta principale e ora vive e domina accanto a noi, dentro di noi. Se Philippe Van Parijs e Christian Arnsperger si chiesero, nel lontano 2003, in un libro edito dal “Mulino”, quanta diseguaglianza potessimo accettare, è lecito chiedersi oggi quanto dolore possiamo accettare. Centomila morti, soltanto nel nostro Paese, tragedie della solitudine e del dolore. Già, quanto dolore!P

Un virus si è incaricato di ricondurlo prepotentemente nel posto che gli è proprio, accanto all’umano, dentro l’umano. Han apre con Jünger: “Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei”. Dimmi come lo pensi, come lo osservi, come lo senti, quanto te ne lamenti e ti dirò chi sei. Dimmi quante volte hai pensato che non ti riguardasse, che non ti appartenesse, che la gioia fosse l’unico elemento caratterizzante della tua vita, e ti dirò chi sei.

L’esperienza del dolore non va certo augurata, ma quando arriva, perché arriva, le va attribuito il giusto significato, non con le parole ma con il sentimento che spinge a liberarci dall’algofobia e dagli imbroglioni che ci hanno venduto una moneta falsa, la moneta dell’anestesia permanente, della democrazia palliativa, della politica palliativa. Il dolore consente, se letto adeguatamente, il cambio di paradigma: non più segno di debolezza, ma di forza, non più ferita da nascondere o da tenere a bada, ma da mostrare senza vergogna, con gli occhi lucidi e con il senso di una sfida che dobbiamo raccogliere.

Continua Han: “La vita priva di dolore e munita di costante felicità non sarà più una vita umana. La vita che perseguita e scaccia la propria negatività elimina sé stessa. La morte e il dolore sono fatti l’uno per l’altro. Nel dolore, la morte viene anticipata. Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morta. L’essere umano si fa fuori per sopravvivere. Potrà forse raggiungere l’immortalità, ma al prezzo della vita”.

Dolore fisico, dolore interiore, dolore psichico, dolore del tempo. Morsi sulla carne viva, ma sono morsi che segnano la presenza dell’uomo e della vita, dell’uomo in vita. Può dirsi ancora uomo un uomo senza dolore? Non c’è lui stesso dentro quel dolore, il sapore della sua esistenza, l’ardire di un progetto? Non finisce anche l’amore senza il dolore? E la filosofia? Che cosa la genera, rendendola indispensabile? Risponde Aristotele: “Nasce da Thauma”. In tanti, forse in troppi, secondo Emanuele Severino, traducono il termine greco con “meraviglia”, ma per il filosofo bresciano è traduzione debole e banale. Thauma vuol dire paura, terrore. Di cosa? Dell’infelicità, del dolore, della morte.

È Salvatore Natoli a raccontarci le forme del patire nella cultura occidentale, l’esperienza del dolore, perché il dolore si conosce per esperienza. A sua volta, è Eugenio Borgna a raccontarci la malattia, la chiusura, la dissociazione dal mondo, il calvario schizofrenico. Ancora. È Camillo Sbarbaro a raccontarci la sua forza: “Ma la mia vera vita con te viene / perché quando non soffro neppure vivo”. Scrive Natoli: “Se della dolcezza dell’amore Dante ci dice che ‘ntender no la può chi no la prova’, a maggior ragione questo si deve dire del dolore: tuttavia nella sofferenza non vi è solo disequazione tra il tipo di esperienza e la comunicazione, ma vi è una recessione della comunicazione stessa. Il rischio non è il fraintendimento, ma il muto patire che strettamente si imparenta alla morte”.

Eppure, nessuno ha saputo parlarmi e trasmettermi del dolore quanto Umberto Piersanti, poeta d’Urbino, padre di Jacopo, figlio autistico che il 29 marzo compirà trentacinque anni. Me lo ha sussurrato timidamente con i versi che più amo (“figlio che giri solo nella giostra / quegli altri la rifiutano / così antica e lenta / ma il padre t’aspetta / sgomento ed appartato dietro il tronco / che il tuo sorriso mite t’accompagni / nel cerchio della giostra / nella zattera dove stai senza compagni”), ma anche con il suo silenzio, col suo non volerne parlare.

Jacopo, per dirla con Carl Delacato, è lo straniero dell’ultima frontiera, è il sorriso a strappi di un adulto che non sa. Nuota Jacopo, corre Jacopo. La sua vista non ha limiti. Il suo orizzonte è senza tempo, a lui che ha il dolore annidato dentro, è risparmiata almeno la cognizione del tempo, il dolore del tempo.

Scrive il padre, oggi ottantenne, “il tempo ch’è passato / lo misuri dall’occhio che ti lacrima / e non sai / e il cuore ti trema se l’aspetti / ti tremano le mani / se la spogli”, il padre che conobbe la prima forma di dolore da bambino, il giorno in cui tornò a casa con un due in matematica. Lo stesso dolore lo rividi sul volto di mio figlio al secondo compito di matematica: “Papà, mi ha messo un altro quattro”.

Nessuno come Piersanti mi ha consegnato l’immagine del graticcio per dire della humana conditio, del nostro limite, della nostra precarietà. Ma c’è Jacopo a ricordarcelo in ogni istante, a noi sazi di tutto e felici di niente, “ma ti debbo Jacopo ritrovare / così m’alzo / brancolo nella nebbia / ti cerco ancora”. Jacopo è la misura del nostro dolore. Portarlo nella mente e nel cuore, tenerlo accanto a noi, a noi che non è dato inseguirlo sul lungomare di Porto Sant’Elpidio, aiuta. È quel dolore che ci salva dal non averlo. Sapere di quel dolore. Il dolore di una vita in attesa della fine. Del dolore e della vita.

Davide D'Alessandro blog, 4 marzo 21, Huffingtonpost.it




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. dolore han covid

permalink | inviato da Mouscardin il 6/3/2021 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
4 marzo 2021
Curiosità

La Differenza tra lo Sciupafemmine e il Chiavettiere

Tra la figura dello sciupafemmine e quella del chiavettiere c’è una grossa confusione. Più che altro, c’è un equivoco: le caratteristiche che la gente attribuisce allo sciupafemmine sono quelle del chiavettiere. L’equivoco nasce dal fatto che lo sciupafemmine e il chiavettiere trattano lo stesso articolo (femminile, plurale): ma non potrebbe esserci tra loro distanza maggiore. Il “chiavettiere” non s’innamora della donna che concupisce: se lo dice, è per ingannarla. La sua “adesione” a lei è generalmente falsa, e in ogni caso è superficiale, dettata com’è dall’attrazione fisica, e non dall’amore. Lo sciupafemmine è un “amatore”: il chiavettiere invece è un seduttore, che mette in atto delle vere e proprie strategie di conquista, elaborando e mettendo in pratica dei piani che lo portano dritti allo scopo. In poco tempo, e con poca fatica.

Poi, gratificato dalla conquista, passa oltre. Lo sciupafemmine è sempre sincero: il chiavettiere invece è un gran bugiardo. Le bugie hanno le gambe corte, ma a lui non importa: non è che debbano arrivare molto lontano. Conquistata una donna, magari con una serie di balle su di sé, sulla propria consistenza patrimoniale, o anche sull’amore che le porta, dopo che ne ha goduto i favori, che scopra pure la verità. E si mangi le mani per avergli ceduto. Al contrario dello sciupafemmine, che è in via di estinzione, il chiavettiere è una razza in via di estensione.

Sciupafenmmine.i


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Femmine Sciupare

permalink | inviato da Mouscardin il 4/3/2021 alle 10:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
3 marzo 2021
La filosofia e lo Zen

Il metodo comparativo, unito alla volontà di introdurre ai fondamenti del pensiero dell’Estremo Oriente, permette un confronto autenticamente filosofico anche su un oggetto che non implica alcuna filosofia in senso stretto. Lo scopo è quello di “filosofare su” e “con” il buddhismo zen, per superare lo scetticismo tipicamente orientale nei confronti della conoscenza concettuale, portando alla luce la forza insita nell’uso del silenzio e nel linguaggio enigmatico.

Da Platone a Nietzsche, da Heidegger a Leibniz, Byung-Chul Han fa dialogare sapientemente modelli di pensiero occidentali e cultura orientale, affidando alla comparazione il compito di far emergere l’autentico significato filosofico del buddhismo zen.

Byung-Chul Han, nato a Seul, è considerato uno dei piú interessanti filosofi contemporanei. Docente di Filosofia e Studi Culturali alla Universität der Künste di Berlino, ha pubblicato con nottetempo La società della stanchezza (2012, 2020), Eros in agonia (2013, 2019), La società della trasparenza (2014), Nello sciame (2015), Psicopolitica (2016), L’espulsione dell’Altro (2017), Filosofia del buddhismo zen (2018), La salvezza del bello (2019), Che cos’è il potere? (2019) e Topologia della violenza (2020).

SOCIETA'
3 marzo 2021
Ferlinghetti: 'L'urlo della Controcultura'

La poesia è retta da un dio ebbro, sempiterno alla stramberia, capace di estrarre l'Eden dal Caos: Lawrence Ferlinghetti muore duecento anni dopo John Keats, il poeta che in Endymion scrive «Una cosa bella è una gioia per sempre», ottimo epitaffio per celebrare l'esistenza, secolare, di LF.

«Poet and titan of the Beat» lo celebra il Los Angeles Times: nacque il 24 marzo 1919 a Yonkers, New York, da papà bresciano e madre ebrea sefardita, amava Thomas S. Eliot, si laurea alla Columbia su John Ruskin, scriveva, «Se vuoi essere poeta, crea opere capaci di rispondere alla sfida/ di questi tempi apocalittici, benché questo suoni apocalittico./ Sei Whitman, sei Poe, sei Mark Twain, sei Emily Dickinson, sei Majakovskij e Pasolini, sei Americano e non Americano, puoi conquistare i conquistatori con le parole».

Fu il pupillo della poesia, d'altronde, Ferlinghetti: il padre muore d'infarto prima della sua nascita e la madre passò anni in un istituto per malati di mente. Servì durante la Seconda guerra, visse lo sbarco in Normandia, vide la bomba atomica e pubblicò The Howl - L'Urlo - di Allen Ginsberg, la detonazione più potente della lirica di allora. Per difenderlo, era il 1956, Ferlinghetti subì il carcere. Secondo la leggenda narrata da Fernanda Pivano Ferlinghetti aveva ascoltato Ginsberg declamare il suo poema alla Gallery Six di San Francisco. «Fu una notte pazza Quella sera Ferlinghetti mandò a Ginsberg un telegramma ricalcando quello che Ralph Waldo Emerson aveva mandato a Walt Whitman quando aveva ricevuto una copia dell'edizione 1855 di Leaves of Grass: «Ti saluto all'inizio di una grande carriera». Ferlinghetti aggiunse: «Quando mi dai il manoscritto?». Il processo intentato per oscenità ebbe il carisma di far esplodere la carriera poetica di Ginsberg e il talento eccentrico del suo editore. Rispetto agli altri beat, mostri che latravano il proprio ego con facce buddhiste, Ferlinghetti era dotato di una compassione bibliografica. Nel 1953 aveva fondato la City Lights Bookstore, nel quartiere italiano di San Francisco: una casa, prima che una impresa editoriale, l'antro della controcultura, il paradiso di dio Lawrence. Nei decenni hanno pubblicato tutti con lui, Bukowski e Burroughs, McClure, Paul Bowles, Kerouac, Sam Shepard, ma anche, con l'acume dell'anti-canone, Artaud e Majakovskij, Dino Campana, Georges Bataille, André Breton, Bertolt Brecht. Grazie a Ferlinghetti, la Beat Generation diventò un fenomeno bibliografico; ma lui, sornione, gigante, pressoché immortale, trapezista del nonsense, un poco guru e un poco clown, volteggiava sopra i beatnik, aveva il genio della leggerezza, privo di scorie nostalgiche, della mitraglia del disincanto nichilista che azzoppò un po' tutti.

La City Lights, oggi, onora il suo creatore, ricalcandone la poetica editoriale: «È stato determinante nella democratizzazione della letteratura americana creando insieme a Peter D. Martin la prima libreria di tascabili del paese, che è riuscita a rendere disponibili molti libri, di diversi generi, a poco prezzo; dal 1955 pensò la City Light Publishers per suscitare un fermento di dissidenza internazionale'. Il suo genio ha plasmato la poesia americana».

Le celebrazioni poco si addicono a un uomo che lottava sorridendo, che credeva nei versi come estasi. Credeva che l'uomo potesse essere purificato nel crogiolo della lirica; che il male, infine, sfogherà nel bene; che l'uomo, per natura, è magnetizzato dalla bellezza. Il suo libro più importante, A Coney Island of the Mind è stato edito da New Directions nel 1958 e in Italia per merito di Damiano Abeni e Moira Egan da Minimum fax. Nel 2018 Lo Specchio Mondadori ha pubblicato Greatest Poems.

Ferlinghetti muore a 101 anni: una cifra mistica, lo zero tra due inizi. Pare, in effetti, una rinascita: in cosa si sarà reincarnato Ferlinghetti? Aveva una determinazione coriacea e la fragilità dei giganti di vetro. Quando, nel 1953, fonda la City Light, sulla costa occidentale degli States muore Dylan Thomas: naturalmente, lo conosceva. Nella Palinodia in ritardo per Dylan Thomas, lo definisce «il poeta più amabile dei nostri giorni/ il dolce cantore di Swansea»; oggi Dylan Thomas gli dedicherebbe uno dei suoi versi più noti, «E la morte non avrà più dominio».

L'utopia beat, un poco isterica, in Ferlinghetti acquisisce qualcosa di fatato, di fatale, «Erano tutti folli poeti sbrindellati che vagabondavano insieme dormendo sotto i ponti del mondo». Li vide morire tutti, senza incupirsi, si sentiva il discepolo di Don Chisciotte. In una delle interviste rilasciate nel 2019, per il suo primo secolo di vita, Ferlinghetti stigmatizzava i poeti troppo seri, che edificano una carriera coi versi, piuttosto vili quando si tratta di scendere nell'agone della scelta. «Ci vorrebbe una nuova generazione non dedita a glorificare il sistema capitalista. Una generazione che non sia intrappolata nell'io, io, io», diceva.

Credeva ancora nella rivoluzione guidata dai poeti, sapeva che il suo nome ormai Ferlinghetti, Ferlinghetti! era la serratura che conduce a un altro mondo, più bello. Ha avuto il talento, concesso a pochi, di congedarsi scrivendo della propria infanzia, in un romanzo improbabile e mirabile, Little Boy. Ha sconfessato il cliché secondo cui i grandi poeti come Keats muoiono giovani. No, i grandi poeti possono morire anche dopo un secolo di vita.

Davide Brullo, Il Giormale.it, 24.02.21


CULTURA
2 marzo 2021
Totò e Isotta


 

<<Chi non ha visto Totò a teatro non ha visto Totò» si è sempre sentito dire Paolo Isotta da suo padre. 

Noi ci troviamo tutti, ora, in questa situazione: di Totò abbiamo solo le interpretazioni cinematografiche, molte delle quali contengono spezzoni di Rivista, il che faceva indignare i critici puristi. 

L’autore la ritiene invece una fortuna, perché si può così tentare di ricostruire un’immagine intera del sommo attore. 

Di Totò hanno scritto storici del cinema, del teatro, antropologi, studiosi della lingua italiana e latina, filologi classici e filosofi della politica... ma mai uno storico della musica come Paolo Isotta, che dichiara di aver affrontato l’impresa non da esperto ma in quanto innamorato di Totò. 

Nella prima parte del volume si tenta un ardito ritratto, completo e sintetico, del principe de Curtis. 

La seconda, che rappresenta a modo suo una novità, è costituita da «una scheda per film», raccontato ora analiticamente, ora brevemente. 

Il talento di Totò emerge non solo e non tanto nella recitazione, ma nella creazione, attraverso battute memorabili «ai vertici della metafisica». 

Egli non temeva la competizione, comprendendo che, quanto meglio veniva accompagnato, tanto meglio il suo genio ne sarebbe emerso, in una sorta d’opera d’arte collettiva. 

Così, fra teatro e cinema, tra spalle e comprimari, sfilano sotto i nostri occhi grandi personaggi dello spettacolo come Aldo Fabrizi, Mario Castellani, Nino Taranto, Aroldo Tieri, Raimondo Vianello, Paolo Stoppa, Macario, Carlo Croccolo. E poi Peppino («la più naturale intesa e unico alla sua altezza»), Alberto Sordi e Titina De Filippo, Franca Valeri e Franca Faldini, che di Totò fu l’ultima compagna. 

Un tributo raffinato e giocoso a colui che «affermava di ritenersi lieto di avere fatto per mestiere il comico perché la comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile. 

Che altro fanno, i Santi?»



SOCIETA'
1 marzo 2021
Guardare il Sole
C'è una bella frase di W. Whitman, che ci piace ricordare e adottare per il presente: 
'Rivolgi il viso verso il sole e le ombre cadranno dietro le spalle'. 

Sarebbe bello affrontare questo nuovo periodo della pandemia con lo spirito di chi guarda avanti e vuole ritrovare la via per rinascere, secondo valori perenni e pre-politici, legati allo spirito umanistico e all'indissolubile legame con la luce del Cosmo.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Sole umanesimo sacro

permalink | inviato da Mouscardin il 1/3/2021 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
11 ottobre 2012
La repubblica o il caos
Tra l'epoca di mani pulite e l'attuale, nel campo del pubblico ladrocinio, una differenza a veder bene esiste.

Quando a suo tempo gl'intrallazzatori furono presi con le mani nel sacco, furono colti da brividi di paura e da un senso di vergogna per le malefatte compiute nell'interesse della cosa (una cosa confusa tra l'interesse privato e quello del partito- accozzaglia).

Oggi a guardare le facce di bronzo (eufemismo) dei ladroni c'è d'aver paura come opinione pubblica: sono tutti beatamente arroganti, sorridenti, con l'aria degl'impuniti ed impunibili: se hanno commesso qualche errore contabile è stato per distrazione, ma essi, i furfanti, hanno agito per la propria attività politica.

E che diamine!

Non l'ha voluta il popolo la legge sul finanziamento dei partiti e le regioni e le province con loro allargata autonomia finanziaria non è stata la stessa democrazia cleptocratica a reclamarla con tanto di crismi di legittimità costituzionale?

E dunque che cosa pretendiamo?

Insomma questo è lo stato dell'arte al tempo di Monti e Napolitano e la restante compagnia cantante di eletti (raccogliticci) dal più piccolo comune al parlamento.

Alla fine della seconda guerra mondiale si urlava O la repubblica o il caos!
Ora l'Italia non è più  una repubblica, ma il caos istituzionalizzato.
SOCIETA'
29 settembre 2012
L'Aplomb: 'Buttafuoco ama Barbapapà'

Pietrangelo Buttafuoco, sul giornale di Ferrara, non trova di meglio che incoronare, come grande ed amabile vecchio, Eugenio Scalfari, prendendolo come modello di vita in età avanzata.


Se l'articolo fosse stato inserito nei brevi commenti della sua rubrica fogliante detta 'Il riempitivo', avremmo potuto capire l'ironia presunta dello scrittore siciliano.

Ma, in questa nota elogiativa, che bolla come invidiosi chiunque di Scalfari abbia un'opinione diversa e non commendevole e, magari, non veda ragione alcuna perché debba essergli conferito l'alloro della buona e meritata fama, si tenta faticosamente di spalmare sulla carta un panegerico francamente esagerato e un po' ruffiano.

Eppure, se Buttafuoco stende un tappeto rosso sotto i piedi di Barbapapà, personaggio democratico per antonomasia, amico e mentore del capitalista illuminato De Benedetti, filocomunista liberal d'antan, nonché padre de 'La Repubblica' radical chic, una ragione anche modesta dev'esserci.

Cerchiamo di trovarne una che abbia una parvenza di plausibilità.


Molti anni addietro, in pieno regime totalitario, l'incommensurabile Eugenio fu un brillante redattore di 'Roma Fascista', quotidiano della rivoluzione in camicia nera.

E' probabile che il giovane neofascista del 'Foglio' abbia ravvisato una sottile liaison nostalgica con l'anziano guru dell'iperlaicismo nostrano, proprio in virtù della sua antica militanza al servizio del Duce.

Come si sa, le vie dell'empatia sono impervie e complicate. Se poi portano una qualche simpatia a sinistra, le acrobazie intellettuali non andranno sprecate.

SOCIETA'
1 settembre 2012
Il centro dell'universo
           

Qualche giorno fa un'amica in viaggio di piacere in Egitto si stupiva del fatto che alcune donne del posto, nelle acque antistanti una spiaggia di Alessandria, facevano il bagno vestite.

Mi venne in mente che lungo il litorale sardo di S. Maria Navarrese, qualch estate fa avevo notato che le donne ogliastrine si bagnavano vestite di lunghi camicioni neri e che nella mia infanzia era altrettanto visibile, nelle colonie marine, rette dalle suore, lo stesso spettacolo con il colore bianco delle vesti o sottovesti.

Il comune senso del pudore non esiste piu¹. Ed è più trasgressivo ormai salvaguardare la verecondia o pudicizia femminile piuttosto che denudarsi.In tempi di relativismo appare difficile considerare che la sensibilità femminile possa essere diversa a seconda dei luoghi.

Ma non è da escludere che vi siano donne che si sentono più a loro agio se nuotano vestite anziché in bikini.

Noi non siamo, per fortuna il centro dell'universo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. relativismo

permalink | inviato da Mouscardin il 1/9/2012 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
30 agosto 2011
L'ossessione della politica

Una monomania manifesta e diffusa è il convolgimento di moltissimi strati della società nella politica ed in particolare in quella cofezionata dai vari partiti, che siedono in parlameno o fuori di esso, nelle piazze, in varie conventicole dalle strutture e dalle attività più disparate, spesso accomunate dall’etichettaculturale ( di mera facciata e di altra sostanza ).

Da tempo si attende una maturazione dell’opinione pubblica, che invece dimostra, nonostante la caduta delle ideologie, di essere molto legata agli idola degli ismi, cioè ai tabù del passato più o meno recente, difficili da violare o distruggere.

Si tratta di totem come l’eguaglianza la democrazia la giustizia l’eguaglianza sociale, la stessa libertà, vagamente intesa, i quali vorrebbero ancora esprimere delle parole d’ordine o comandamenti per l’uomo- massa.

Quest’ultimo, avendo del tutto perso il senso del sacro, ha come unica consolazione o speranza la via politica alla salvezza universale.

Peccato si tratti di illusioni dure a morire e ad essere sdradicate, il cui unico scopo è solo quello di tenere incatenati i cittadini

Sono le moltitudini acritiche, in preda alle manipolazione dei mass-media, dominate dagli slogan e senza una bussola, che affidano il proprio futuro alle stregonerie dei partiti, non rendendosi conto che si tratta di apparati ben organizzati, adusi a captare la benevolenza delle folle , con il sistematico esercizio della demagogia. Sono molti gli sprovveduti in cerca di una fede che sostituisca quella religiosa e che paiono contare nelle parrocchie ideologiche più che sul trascendente e la metafisica o più semplicemente in una serena, disincantata visione del reale. Quant’è difficile rendersi liberi…


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ossessioni

permalink | inviato da Mouscardin il 30/8/2011 alle 12:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
29 agosto 2011
Siamo tutti orfani
Anche senza volerlo, siamo costretti a seguire le circonvoluzioni della politica e gli spettacoli poco edificanti che ci offre giorno per giorno.

Siamo tutti orfani

Sappiamo bene tutti che cos’è questa crisi: un dramma per milioni di famiglie sparse un po’ dappertutto nel globo, mentre politici e banchieri arrabattano come possono per dare una qualche speranza ai governati. Tra tutte le classi dirigenti emerge purtroppo per insipienza quella del nostro disgraziato paese e alle nuove generazioni non rimane che aspettare un miracolo per uscire dalla palude della corruzione e del malaffare.

L’annuncio trionfale del nuovo accordo tra le varie componenti del governo, con la strabiliante assicurazione che i comuni potranno continuare a spendere ancora grazie all’aumento dell’Irap e che le province continueranno a sperperare inutili risorse in attesa, campa cavallo!, di una legge di riforma costituzionale, mentre le pensioni d’anzianità non verranno toccate ed il contributo di solidarietà forse salterà per i bassi redditi (!) di 90.000euro l’anno, fa ben sperare che la manovra finanziaria andra a buon fine.

Già.

Ma quale fine?

Francamente non si capisce che cos’abbiano da ridereCalderoli con il suo faccione da oste buono e Maroni con l’aria spaesata di un profugo egiziano, è costretto a manifestare ottimismo, nonché il ridanciano Alfano, con tutti i dentoni in mostra, teso a sottolineare un’unità d’intenti ritrovata, pur sapendo, ognuno di noi, trattarsi di un grande bluff e di un’ennesima presa in giro per il popolo minuto.

Se ragioniamo un poco su due o tre fatti essenziali ci renderemo conto immediatamente quanto da oggi siamo più poveri, e come saremo costretti e a pagare altre tasse ed imposte, riducendoci ad essere orfani di padre.

I partiti infatti non ci sono più come strumenti del bene comune: al loro posto c’è un teatrino dei pupi, che mette in ombra il più rinomato spettacolo siciliano di marionette.

L’Europa ed il mondo avanzato ci chiedono di debellare il debito pubblico.

Come si fa?

La buona casalinga ed il diligente capo famiglia, con un po’ diserietà, tagliano le spese seguendo le regole basilari dell’economia domestica tradizionale; allo stesso tempo, cercano di far lavorare anche i figli disoccupati, per aumentare il reddito di casa.

In buona sostanza, se noi siamo un paese capitalista (o quasi) e vogliamo restare all’interno di un sistema di alleanze con problemi e programmi comuni agli altri paesi, cosiddetti sviluppati, dovremmo tentare, in ogni modo, di eliminare il disavanzo di bilancio, tagliando i rami secchi della burocrazia del e delle aziende pubbliche allo sfascio, i carrozzoni partitocratici fonte di ruberie e di conti in rosso destinati a crescere costantemente, evitando d’imporre nuove esose estorsioni al cittadino.

E invece come si comportano i responsabili della maggioranza e dell’opposizione?

Tengono fermi i privilegi ed il clientelismo, per rimanere in sella ad un asino tanto spelacchiato e malnutrito da non riuscire più a tirare la carretta della nostra economia.

La coalizione governativa fa buon viso a cattivo gioco, ben sapendo che non dureranno nel tempo misure provvisorie ed inefficaci, che non incoraggiano i ceti produttivi. E gli oppositori o farfugliano discorsi confusi e poco credibili o s’inventano l’ennesimo sciopero per manifestare qualche rantolo durante l’agonia finale.

Segni di vitalità non se ne vedono ed i poveri cristi dei sudditi non sanno da che parte e a quale santo votarsi.

Tutti orfani senza speranza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Governo opposizione

permalink | inviato da Mouscardin il 29/8/2011 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
19 agosto 2011
La scomparsa di Gualtiero Jacopetti

gjUn vero peccato. Lo ricorderemo come un personaggio unico. Ammaliato dall'avventura. curioso e instancabile viaggiatore.



Sempre controcorrente, mai conformista, né codino. né leccapiedi. Una brillante intelligenza, un personaggio dotato di eleganza e profonda cultura, uno splendido attacabrighe, un libertario e libertino coraggioso in tempi di feroce oscurantismo e pavido appiattimento ai voleri dei padroni del vapore.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cinema

permalink | inviato da Mouscardin il 19/8/2011 alle 13:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 agosto 2011
Magico Ferragosto

2-3Gioconda


Mi sono svegliato con due o tre sorprese del tutto piacevoli e positive per un pigro quale io sono fin dalla nascita (appartengo infatti alla categoria dei nati stanchi...famosissima a Roma e dintorni fin dall'antichità).

Le elenco in ordine cronologico.

La poltroncina Manhattan, da mesi in fase calante, ha ripreso un insolito vigore e si è auto-sollevata fino all'altezza più appropriata per dialogare con il pc.

Ho scoperto di avere un piede prensile, il destro, in grado di accendere e spegnere, anche col solo alluce, il medesimo computer, nonché di introdurvi od estrarre cd e dvd di musica leggera.

La signora del palazzo di fronte, oltre l'aiuola del mio giardino, con uno sguardo accattivante, ha appena esposto senza veli il suo seno d'avorio sul parapetto del suo terrazzino, sorridendomi soavemente.

Se non sono magie di Ferragosto queste... Viva l'Imperatore Augusto


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Magie

permalink | inviato da Mouscardin il 13/8/2011 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
8 agosto 2011
Buon compleanno Martina !


Un breve trafiletto della cronista dell'Unione Sarda, uno zuccherino elogiativo dellacontessa, mi porta alla mente il momento in cui, ancora giovanotto, conobbi la mitica Marta Marzotto, ex operaia di carattere e d'ingegno, nonché abile managerdalle infinite pubbliche relazioni nei luoghi più à la page del turismo internazionale, ivi compresi Porto Cervo e Porto Rotondo.





Assunto da poco un incarico di ferma responsabilità pubblica, in Sardegna, mi ero trovato alle prese con alcuni problemi di compatibilità di svariati insediamenti, esistenti lungo il litorale dei VIP, con la normativa vigente, scoprendo, quasi per caso, a seguito di precisa e circostanziata segnalazione, che molte strutture turistiche erano sorte per 'amore del mare verticale' (cioè per comodità propria), senz'alcuna autorizzazione.





Passati al setaccio i vari interventi effettuati nel tempo, ignorando la presenza di stato e regione, di autorità marittime e di tutela del paesaggio, era inevitabile intraprendere un'azione riparatrice che liberasse dagli abusi ciò che ancora s'identificava con il demanio, proprietà ad uso collettivo per sua stessa natura e definizione.





Non so come, ma, nonostante la discrezione dell'attività amministrativa messa in atto dall'Ufficio che rappresentavo, i nomi noti dei protagonisti coinvolti nella vicenda venne alla luce sui giornali, con un battàge del tutto imprevedibile, ponendo in primo piano diversi personaggi della vita mondana, economica e sociale dell'epoca, fra i quali spiccava l'innovativa stilista, ancora per qualche verso legata al celebre Renato Guttuso, le cui tracce erano significativamente presenti nell'alloggio estivo dell'emergente creatrice di moda.





Una serie di telefonate di amici e conoscenti e di funzionari di rango fece da battistrada, per così dire, al nostro incontro durante una cerimonia di premiazione in Costa Smeralda, avendo così l'occasione di conoscere personalmente la fascinosa nobildonna: appena la vidi, mi affrettai ad un rituale baciamano e a sorriderle, date le circostanze, con contenuta simpatia. La signora non esitò un attimo a qualificarmi come un rompiscatole giovane e bello, a differenza di quanto ella stessa aveva fino a quel momento immaginato, cioè un tipaccio vecchio ed incazzoso.





Superata la fase preliminare, mi prese in disparte per rifilarmi alcuni pistolotti su quello che, a suo dire avevo combinato.





Ma come? Una pioniera della Costa (che amava profondamente) era stata ignorata dalla comunità locale e dalle istituzioni come tutrice generosa e grande aficionada dell'isola?





Lo sapevo o no, che dopo aver causato quel tale pandemonio, lei sarebbe rimasta senza la casa prediletta?





E che fine avrebbero fatto le piante di ginepro, premurosamente innaffiate per maggior attenzione, addirittura, con l'acqua minerale?





Sentendomi un po' imbarazzato da quel pur prevedibile j'accuse, le dissi, con un pizzico d'ironia, che, lasciata la sua dimora smeraldina, per la demolizione di una dépendance e di un pontile per l'ormeggio di natanti di sarei stato lieto di ospitarla con grande piacere, se si fosse accontentata, nella mia più modesta, ma accogliente, dimora familiare.





Meravigliato altresì dal suo pollice verde, fui nondimeno curioso di sapere se i regali esemplari del suo giardino erano curati con acque oligominerali naturali, gassate od effervescenti..., rimanendo purtroppo senza precisa risposta.





Aggiunse, peraltro, che avrebbe volentieri continuato la conversazione a casa sua, quando lo avessi voluto, con la contemporanea presenza del sindaco e del direttore dei servizi del consorzio e l'affabile accompagnatrice della serata, la seducente, abbronzatissima, Florinda Bolkan (anch'ella inconsolabile peccatrice edilizia). Ci salutammo con quell'intesa, mai realizzata, ricevendo un graziosissimo bigliettino, sul quale aveva disegnato un cuoricino, quale divertente cornice del suo numero di telefono.





La storia dell'irregolarità, ovviamente, fece il corso prestabilito dall'ortodossia dell'ordinamento , ma la regina dei salotti non manca mai dalla sua abituale piccola reggia di Porto Rotondo, attorniata dalla preziosa vegetazione mediterranea.





Al di là dei diversi ruoli che il destino ci affidò, anch'io voglio oggi ricordare con affetto la sempre leggiadra Martina, augurandole un felice compleanno e una lunga stagione di serenità e di gioie.






Martina











CULTURA
26 luglio 2011
Premi letterari

Troppi premi letterari? Verissimo. 

Bisognerebbe chiedersi se servono ancora allo scopo di far conoscere al grande pubblico uno scrittore di valore o se direttamente proporzionali all'enorme quantità di libri pubblicati, sia solo un mezzo per spartirsi un mercato sempre più ristretto e sempre meno legato alla qualità di opere ed autori.L'industria culturale è asservita all'immagine, ma questa come ha acutamente rilevato il critico George Steiner, ha ormai segnato la decadenza della cultura europea.

Il pubblico consuma senza discernimento né gusto:è solo un animale onnivoro.

Alla vigilia del premio Strega, ormai nessuno spirito lucido, salvi gli addetti ai lavori, crede più all'utilità di simili iniziative.

Una bella differenza, non c'è che dire. 
Guardate indietro e scoprirete che ai tempi di Maria Bellonci, fu premiato Ennio Flaiano. Col passare degli anni sono apparsi alla ribalta Baricco e Mazzantini
CULTURA
28 giugno 2011
' L'Idea liberale '

RISCOPRIRE PANFILO GENTILE

Panfilo Gentile

Ci sono libri che lasciano un segno incancellabile nella memoria e nella personalità di ciascuno di noi.

Finora mi era capitato con qualche autore di romanzi o racconti particolarmente significativi perché contenenti l’impronta di una civiltà incancellabile.

Penso ad esempio a ‘Memorie di Adriano’ di M. Yourcenar di cui sono sempre innamorato come il primo giorno del nostro incontro.

Ma devo riconoscere che lo stesso risultato è stato raggiunto dal saggio unico, inimitabile, carico d’oro ed argento, benché composto di sole cento pagine, di Panfilo Gentile.

Benché scritto negli anni cinquanta, ripubblicato nel 2002 dalla Fondazione Einaudi, per i tipi della Casa Editrice Rubattino, risplende come un diamante ben lavorato e di preziosissima fattura, destinato ad illuminare la mente senza soluzione di continuità.

Pensereste che le lezioni di Kant o di Nietzsche o di Einaudi siano destinate a scomparire? Certamente no.

E così è pure per ‘L’Idea Liberale’del nostro autore aquilano per nascita e romano d’adozione.

C’è una lunga ed articolata storia con le tesi di questo chiarissimo ed illustre, poliedrico e geniale Professore di Filosofia del Diritto, avvocato senza retorica, scrittore brillante, ricercatore serio e profondo, indagatore di vari campi dello scibile, attento osservatore del fenomeno religioso e della dottrina cristiana da un punto di vista rigorosamente laico, nonché politologo e scienziato della politica, come testimonia la storia della sua elevata opposizione al regime dei partiti, che tuttora ci affligge e deprime, nel nome del più puroliberalismo.

Il suo j’accuse contro la partitocrazia, ed il sistema di corruzione da essa derivante, per il nostro sistema politico e giuridico.

Nacque negli anni sessanta con un libro esplosivo quanto veritiero, implacabile testimonianza della pseudo-democrazia, instauratasi nel nostro paese con la nascita delle istituzioni repubblicane, nonostante gli sforzi generosi di alcuni padri costituenti, studiosi ed intellettuali di vaglia a cominciare da Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, fino ad Ernesto Rossi e Filippo Burzio: ‘Democrazie mafiose’ è uno studio organico e rigoroso dei vizi mortali, che affliggono il nostro paese, dal parlamentarismo, all’instabilità dell’esecutivo, il dominio delle peggiori oligarchie (o caste), gl’intrecci perversi tra politica e affari, clientelismo, nepotismo e delinquenza organizzata.

Quanti luoghi comuni sul liberalismo…

Panfilo Gentile riesce a diradare le nebbie e le fumosità attorno ad un termine, liberale, che è diventato abusato ed anche per questo è spesso frainteso od utilizzato strumentalmente.

Chi rifiuta un nobile blasone? Nessuno o quasi.

Attività liberali erano quelle legate alla civiltà rinascimentale ed all’umanesimo che a suavolta traeva fonte vitale dal patrimonio classico della civiltà greco-romana. Attribuito a personaggi eminenti della storia, qualificava la loro grandezza morale, la generosità, la magnificenza, il mecenatismo, ogni nobile qualità dell’animo e della visione del mondo.

Ma la sua nascita filosofica si lega inevitabilmente alla Restaurazione e, sorprendentemente, viene dopo il democraticismo, figlio del giacobinismo, di cui costituirà un salutare correttivo.

E’ questa una distinzione importante. il governo del popolo tout court può dar luogo a pericolose deviazioni fino alla demagogia e alla dittatura della maggioranza, che conculca ed annulla i diritti delle minoranze.

La democrazia liberale ha invece al suo centro la persona umana e l’individuo ed è contrassegnata dal limite posto al potere dello Stato posto dallo Stato medesimo, nel nome della centralità del singolo non della massa.

Nessuno potrà negare la saggezza di chi intravede nel trionfo del demos un dato negativo: esso rappresenta un demone che soffoca non solo l’individuo, ma le comunità intermedie, le voci della società reale, tutto ciò che nasce per spontanea aggregazione al di fuori dello Stato e magari in contraddittorio con lo stesso, per affermare i princìpi di superiorità del diritto naturale.

Sa queste premesse, si dipana la differenza teorica e pratica tra la democrazia e il liberalismo.

Scrive Gentile che gli inconvenienti dei moderni regimi democratici possono essere così riassunti: suggestioni irrazionali delle masse; esclusione di tutte quelle élites che sono sprovviste dei requisiti necessari (correntemente negativi) per inserirsi nella gara per il potere; mediocrità delle élites politicamente efficienti; precarietà dei governi.

I tratti caratteristici della ‘liberal-democrazia’ consistono quindi essenzialmente: in una concezione che considera la democrazia incarnata in determinate oligarchie temperate (posto che la dottrina democratica non è fondata in ragione né storicamente mai attuabile ); che considera i gruppi dirigenti, o aspiranti a divenire tali, coloro hanno accettato la rinunzia alla violenza per raggiungere il potere o per restarvi; il liberalismo è democratico non per devozione a princìpi astratti, ma per considerazioni concrete, perché quelle oligarchie chiamate democrazia, nelle condizioni date, sono quanto di meglio sia storicamente ottenibile; riconoscendo i difetti degli istituti vigenti, sotto il nome della democrazia, ne cerca anche i correttivi:il liberalismo insomma è il miglior modo di essere democratico, in quanto contribuisce a salvare e conservare le democrazie dal pericolo della democrazia metafisica; è l’opposto del giacobinismo e del radicalismo.

Gentile si ricollega alla scuola elitaria dei Mosca e dei Pareto e quindi non può apprezzare le selezioni al contrario effettuate nei regimi democratici che aprono le porte alla massificazione analogamente alle dittature totalitarie, dove tutto viene livellato verso il basso e la sorte peggiore è riservata proprio alla classe operaia.

Uno studioso, che è passato dall’accettazione delle teorie socialiste al liberalismo, sa bene quali sono le vere differenze col marxismo e la sua evoluzione: fondamentalmente è ilgrande capitale, che snatura il lavoro dell’operaio, riducendolo ad un robot: le grandi concentrazioni e le grandi fabbriche non assicurano né la concorrenza, né la libertà d’impresa ed assomigliano più ad un totalitarismo che ad una libera e partecipata democrazia, che s’impernia sulla limitazione del potere e sul rispetto della persona umana.

Vi meraviglia questa tesi?

Certo, la vulgata anti-liberale non va tanto per i sottile. Nel migliore dei casi tende a vedere due facce della stessa medaglia il grande capitale (magari finanziario), il fordismoe lo stato totalitario inaugurato nel novecento.

Ma, spiega Gentile, che la vera natura del libersimo consiste invece nel mercato privo di condizionamenti, con regole del gioco rispettate da tutti, prevalentemente orientato, a meno che non si tratti di grandi ( e pochi) gruppi strategici per l’economia di un paese, verso la piccola e media impresa, alla quale non nega la possibilità di ammettere forme di partecipazione operaia alla gestione, con il risultato di promuovere non irreggimentazioni dei lavoratori, confiscando il tempo libero e la spiritualità, a tutto danno dell’anima del singolo individuo.

Al contrario, la civiltà liberale privilegia l’individuo e la sua maturazione culturale, l’arricchimento della personalità, garantendo a tutti la parità delle opportunità, condizioni di eguaglianza, promozione del merito, rimuovendo gli ostacoli alla crescita sociale.

Insomma, la vera rivoluzione operaia, nell’ottica del filosofo aquilano, è proprio larivoluzione liberale.

C’è da rimanere conquistati dall’esposizione di questa dottrina, la quale, dopo l’eliminazione di scorie ideologiche apparentemente indistruttibili, si lega, facendo tabula rasa delle superstizioni del novecento, alle nuove frontiere esplorate da altri autori di rango come Ropke o Popper o Hayek, senza trascurare il substrato religioso cristiano, caratteristico del mondo occidentale ed una tradizione europea impregnata di classicismo greco-romano, tanto da auspicare una rinnovata attenzione per i valori aristocratici, nel senso più autentico del termine, un’educazione volta alla salvaguardia della nobilitas naturalis, non a quella del censo o del sangue, come accennò in un altro contesto lo stessoT. Jefferson, desideroso di creare classi dirigenti esemplari per la comunità ed il paese:”Esiste tra gli uomini un’aristocrazia naturale, alla base della quale sono le virtù e il talento.Io ritengo l’aristocrazia naturale il più prezioso dono di natura, per l’istruzione, la speranza, e il governo della società.”

Riscoprire Panfilo Gentile per i giorni nostri mi pare un’urgente indefettibile necessità, una grande risorsa per le nuove generazioni.

( Da Libero Reporter.it )

SOCIETA'
20 giugno 2011
ROSA SHOCKING

Un'isola è stataSpiaggiaRosaGra.jpg violata! titolano i giornali ed i telegiornali alla notizia che una troupe britannica, scesa da un panfilo al largo di Budelli nell'Arcipelago della Maddalena, ha potuto filmare uno spot pubblicitario su poltrone e divani: certo una bella immagine quella di un salotto immerso nel verde della macchia mediterranea tra un mare limpido color smeraldo e il cielo azzurro trasparente poggiato sulla sabbia finissima color rosa.


Shock.


Pare che ci fosse un guardiano, il quale, inutilmento, ha tentato di opporsi al dispiegamento del set su una dellemeraviglie del globo, ma ha dovuto soccombere di fronte ad operai, tecnici e regista, che con determinazione assoluta ed assoluta indifferenza, per i divieti stabiliti in un provvedimento dell'Ente Parco, hanno potuto tranquillamente fare i propri comodi.

D'altra parte che cosa può significare una sanzione di 50 euro per chi macina milioni di euro di pubblicità?

Ma come, si dirà, è così facile accedere ad un paradiso proibito, senza che nessuno ti fermi prima di approdarvi? Sì, è possibile.

Di che cosa dispone un 'guardiano del parco' per impedire sbarchi inappropriati ed insultanti per l'ordine costituito?

Forse non ha neppure un vhf o un megafono, né una linea diretta con la Capitaneria o con gli Uffici del Parco.

Chi lo vede, lo scambia per un naufrago senza venerdì e lo ignora bellamente, a meno che non decida di prenderlo a botte, per il tentativo d' intralciare il libero commercio...

Budelli deve la sua dannazione ad un emblematico ed enigmatico film del 1964, del celebre Michelange Antonioni, all'epoca sentimentalmente legato all'affascinante Monica Vitti. Il tema era quello, al tempo assai di moda, dell'alienazione, derivante, non tanto dalla teoria marxianadella critica al capitalismo o alla permanenza degli ultimi matti in manicomio, prima della loro liberazione a cura dipsichiatria democratica, quanto dall'incomunicabilità della società moderna.


Chiunque, ancora da sempliciotto, amasse l'isola, vi poneva piede con delicatezza e rispetto. Non pensava agl' intellettuali e ai registi della 'nouvelle vague', ma rimaneva certamente incantato dai bianchissimi gigli di mare, dalla particolare composizione della sabbia, frutto di una felice combiinazione, in fondali ancora intatti, di granelli di rena e poseidonia, sullo sfondo di una sorta di sottile barriera corallina.

Era il regno dei subacquei, dei sub-archeologi, degli appassionati di riprese cinematografiche marine, come il grande Folco Quilici. Vi facevano soste quiete, nel rispetto religioso della natura, i panfili di veri vip, come Cesare Merzagora o Virna Lisi o lo stesso Aga Kan Karim.


Le riprese di 'Deserto Rosso' , il lungometraggio del cineasta ferarrese, portava alla ribalta nel mondo, le stupende immagini dell'elegante nuotata, nelle acque antistanti Budelli, di una tenera, graziossima, silfide isolana, l'indimenticabile Emanuela Pala Carboni, immortalata, in un servizio straordinario, sulle pagine della 'Nuova', dal principe dei cronisti maddalenini, Mario D'Oriano.

Dopo il successo cinematografico, finiva l'era dei pochi intimi, e a frequentare il sito, con il progredire della nautica da diporto e degli zoticoni con patente, furono i soliti barbari, i quali non trovavano di meglio che saccheggiare la spiaggia per portarsi dietro contenitori, piccoli e grandi, di sabbia rosa.

La creazione del 'Parco Nazionale dell'Arcipelago' fu la sola contro-misura possibile contro il vandalismo e la bulimia consumistica del paesaggio.

Ma evidentemente non basta.


Ancora non c'è 'un piano generale', che regolamenti, in dettaglio e razionalmente, fra l'altro l' afflusso di barche e turisti, benché alcuni importanti divieti siano operanti.


Non c'è soprattutto ''l'Autorità'', come il blitz dei cineoperatori inglesi ha dimostrato.


Perché non imporre sanzioni più severe e, prima ancora, perché non possibile controllare navi ed imbarcazioni da diporto in arrivo nel Parco?


La Guardia Costiera monitorizza la navigazione nelle Bocche di Bonifacio, contro gl'inquinamenti da petroliere, ma non è ancora possibile imporre a chiunque acceda alle acque del circondario di fornire, via radio, i propri dati identificativi, l'itinerario, il periodo di permanenza, per ottenere l'autorizzazione a procedere, ad ormeggiarsi od ancorarsi nei punti prestabiliti.


E poi ci meravigliamo che arrivino i pirati?

( Da Libero Reporter.it )

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ambiente natura paesaggio isole

permalink | inviato da Mouscardin il 20/6/2011 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
ottobre       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Sign for VittimedellaViolenza

 

e-mail:

pier.n.ornano@gmail.com

[frdm] Support SFLC Add to Technorati Favorites Acquista un libro Memori a soli 5 euro

 


DISCLAIMER

  Le foto
ed i video

presenti su

 "BLU DI PRUSSIA"

 sono stati in larga

parte presi

 da Internet,

 quindi valutati di

 pubblico dominio.

Se i soggetti

o gli autori avessero

qualcosa in contrario

alla pubblicazione,

 non avranno

che

 da segnalarlo

 all'amministratore

 - indirizzo e-mail:

pier.n.ornano@gmail.com

- il quale provvederà

prontamente

alla rimozione delle

immagini e dei testi

 utilizzate.

 


Per la segnalazione

di testi, post, commenti

inappropriati

scrivere a:

pier.n.ornano@gmail.com.

Questo sito non rappresenta

una testata gionalistica

in quanto non viene

aggiornato

con nessuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi

un prodotto editoriale

ai sensi della

legge n°62 del 07.03.2001.

 

 

 

 

I testi sono oggetto
di tutela legale

 in relazione ai diritti d'autore

e di proprietà intellettuale.

 

"Perle"




"L'universo è cambiamento: la nostra vita è il risultato dei nostri pensieri." (Marc'Aurelio)

"Solo coloro che ricevono un'educazione sono liberi". (Epitteto)

"Non temete di nuotare contro il torrente. E' delle anime sordide pensare come il volgo, sol perché il volgo è maggioranza". (Giordano Bruno) 

"E' degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre." (Louis Ferdinand Céline)

 
"Ogni imbecille tollerato è un arma regalata al nemico."(Mino Maccari)

"Dubitare di se stesso è il primo segno dell'intelligenza." (Ugo Ojetti)

"Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare."(José Ortega Y Gasset)



 


Il Blu di Prussia  è un pigmento blu, un composto di ferro, carbonio ed azoto, scoperto casualmente a Berlino nel 1704. Estremamente versatile.


Era detto blu di prussia il colore delle uniformi degli ufficiali dell'esercito di Federico il Grande.



https://www.facebook.com/pier.n.ornano "
Autobiografia del Blu di Prussia" di  Ennio Flaiano

...la narrazione affonda ancor più tra quelle rocce scarne, dove "i cattivi umori della terra cristallizzano" e generano quel Blu di Prussia "velenoso, sordido, intelligente...". 

"Leonardo si faceva i colori da sè, e aveva tutto il tempo di meditarli; e poi, di farli sparire. I colori sono eguali per tutti. Soltanto io, Blu di Prussia, sono parziale, spesso per puro amore di polemica; e non perdono quei mediocri che mi amano. Ma soffro ugualmente." (Ennio Faiano)

 Feu follet...

...fait c'qu'il lui plait.
Et Houai!
(Manou)

A proposito di Mouscardin...
In Francia durante la Prima Repubblica, a partire dal 1793, veniva chiamato "Moscardino un giovane raffinato ed elegante appartenente all’aristocrazia, nostalgico del re".
Il re è una metafora dell'aristocrazia, della nobiltà, non di sangue, ma dell'animo: quella che i romani antichi definivano felicemente nobilitas naturalis. 
Creative Commons LicenseTutti i diritti riservati



"Coraggio, il meglio è passato
!" (Ennio Flaiano)

"Non comprate quadri moderni, fateveli in casa." (Leo Longanesi)

"Se si accorgono che sei onesto, sei fottuto. "  (Mino Maccari)










"Esiste tra gli uomini un'aristocrazia naturale, alla base della quale sono le virtù e il talento.Io ritengo l'aristocrazia naturale il più prezioso dono di natura, per l'istruzione, la speranza, e il governo della società."
(Thomas Jefferson)

"...Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali e che il loro Creatore ha concesso loro alcuni diritti inalienabili, fra i quali vi sono la vita,la libertà, e la ricerca della felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati i governi fra gli uomini,governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati;che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tenda a negare tali finalità, è diritto del popolo modificarla o abolirla e creare una nuova forma di governo, fondandola su quegli stessi princìpi e ordinando i suoi poteri nel modo che gli sembri più idoneo a garantire sicurezza e felicità..." (Thomas Jefferson)

"Tutta l'arte di governare consiste nell'arte di essere onesti." (Thomas Jefferson)


"Classici contemporanei"



"Quanto abbiano contribuito
le civiltà dell'India agli
 orienti del pensiero è
 una stima difficile.
Chi ha respirato l'aria di
quella terra, ha affondato
le sue pupille in quelle di
centinaia di esseri
trascinati nel gorgo
della vita, pupille che
brillano, che implorano,
che esprimono le mille
affezioni dell'anima,
un'anima esposta nello
sguardo, nel tremore
delle dita, nel mormorio
di antiche cadenze
biascicate da bocche
aduse agli stenti
e prontissime al sorriso
- un sorriso rivolto
al proprio cielo, non
ha bisogno di quantificare
 il contributo indiano
 alla
conoscenza persuasa
 della vita."
(Grazia Marchianò,
Il loto e la sua legge,
Sugli orienti del pensiero).

"Non penso che una sana
filosofia dei valori possa
svilupparsi senza il senso
di ciò che è buono, ma
anche di ciò che è cattivo."
(Konrad Lorenz, Lorenz allo specchio)





 

 
 

           

 
DIZIONARI E ENCICLOPEDIE
cerca:  
   



il Mascellaro.it ...quando la bassa ? anche un punto di vista

Registra il tuo sito nei motori di ricerca

Blog360gradi - L’aggregatore di notizie a 360°
provenienti dal mondo dei blog!

 

 

Il Bloggatore Voli Low Cost BlogItalia - La directory italiana dei blog